The Light Cone

and the story of the broken roots

L’associazione ART on STAGE, inaugura la sua attività e la sede con una mostra d’arte contemporanea che apre un nuovo orizzonte culturale per la città di Vigevano.


The Light Cone dà il titolo a un progetto di mostra anacronistica, nel senso del termine - arbitraria attribuzione a un’epoca di usi e costumi propri di un’altra. Le opere esposte sono installazioni, oggetti d’arte contemporanea che si appropriano di “usi e costumi” di altre epoche; l’arte contemporanea si dispone a rappresentare la storia dell’arte.


Contemporaneo e storia sono termini in contrasto tra loro: contemporaneo è qualcosa che vive o accade nello stesso tempo, è esperienza del presente, mentre diventa storia tutto ciò da cui prendiamo le distanze sia emotive sia temporali, fatti che si guardano da lontano collocandoli in una visione unitaria rispetto al tempo in cui sono avvenuti.

Le opere che ci troviamo di fronte sono il frutto di studi e ricerche su movimenti e stili passati che hanno costituito la storia dell’arte, su esperienze al confine con forme dell’architettura e indagini scientifiche.


The light cone è il cono di luce, scientificamente è un flash di luce emanato da un singolo evento E, che viaggia in tutte le direzioni e attraverso lo spazio. Nel punto E dove è avvenuto l’evento, si formano due coni di luce uguali e opposti, definiti come cono di luce del passato e cono di luce del futuro, i cui vertici convergono nel punto E.  La serie di eventi che sta nel cono di luce del passato e che ha, in un certo modo, provocato e influenzato l’evento E, andrà a costituire quelli eventi che formano il cono di luce del futuro. C’è quindi una consequenzialità tra eventi accaduti nel passato ed eventi che accadranno nel futuro, le teorie sul cono di luce sono fondamentali per il concetto di casualità.


Mattia Barbieri presenta una coppia di nazisti che fanno parte di una serie di 9 ritratti dedicati a figure dell’alto comando tedesco. Queste figure distorte, dalle sembianze di manichini sono emblema del male ma soprattutto del fallimento di un’ideologia, di un’idea di deificazione e glorificazione. Un intento totalitario destinato al declino, tuttavia attraverso l’arte le immagini diventano portatori di un messaggio estetico e positivo. Nonostante queste icone del nazismo mantengano una componente di negatività producono un’attrazione quasi morbosa, chiamata anche “fascino del male”. Le opere sono realizzate su tavola in abete inscatolate, la pittoricità dei soggetti sfalsa la loro identità e fa emergere un legame sia con l’iconologico sia con il pittorico.


Luca Pozzi mette in relazione le teorie scientifiche riguardanti il magnetismo a un ciclo di installazioni-sculture. The Double String unisce all’esattezza tecnica e all’empirismo della scienza, il fascino e la magia dell’arte. L’artista Luca Pozzi, che vive e lavora a Milano, crea un punto E con la tensione magnetica che si sviluppa da un magnete al neodimio posto tra due palline da ping-pong, filo estreme e alluminio mandorlato. Questa trazione magnetica forma un punto in cui il tempo si ferma per un istante, si sospende. Questo modello scientifico dimostra che nel caos del tempo, nel ritmo caotico della linea temporale, esistono dei momenti chiamati apici di frequenza dove esiste sempre una stasi o un numero primo. Un momento che avviene prima del futuro e dopo il passato, è la rappresentazione del presente. Questo movimento continuo sviluppa una curva ciclica di base, un loop estatico forma quella consequenzialità degli eventi, dove ogni cosa è già stata e tornerà sempre a essere. Arte e scienza fin dai tempi più antichi sono state fortemente connesse e ancora nel contemporaneo ci offrono motivo di riflessione e stimoli di ricerca.


Elevati come due sculture greche su due basamenti, non di pregiato marmo bianco proveniente da Carrara ma costituiti da risme di carta colorate dall’azzurro al bianco e viceversa, si impongono i modellini realizzati da Francesco Fossati. Queste costruzioni architettoniche fanno parte di una serie di progetti che l’artista ha dedicato alle Hippy Architecture, un fenomeno architettonico nato negli anni Settanta e rimasto marginale.

È un progetto multimediale che unisce diversi mezzi espressivi: installazione e pittura, fotografia e architettura, per unire il tutto sotto il denominatore comune del colore. Questo movimento rimasto in secondo piano riguarda quelle forme abitative anomale, da vecchi edifici ristrutturati “Peace and Love” con materiali di recupero alle più avanzate e moderne strutture ecosostenibili. Tali forme sono nate e si trovano in contesti di comunità autonome e comunità hippie, da cui deriva il nome, le forme che possono apparire a prima vista bizzarre e divertenti nascono secondo le esigenze territoriali e in rispetto all’ambiente naturale circostante. I materiali sono variegati, di recupero, sono un potenziale creativo per l’ingegno umano, espresso nelle forme architettoniche. Fossati recupera quell’estetica tipica dell’architettura ambientale divenuta oggi molto attuale e dibattuta, la trasforma in un’opera d’arte, esposta come una statua al museo. Sono una sfida all’architettura tradizionale e anche un’ironica reinterpretazione di essa.


Il racconto si chiude con l’allegorico albero della vita realizzato da Francesco Locatelli. Locatelli ha costruito con la dedizione di un monaco amanuense un albero in miniatura, un bonsai di salice piangente. Torna il cliché dell’artista creatore, che si immedesima nel divino e simula la vita, crea dal nulla un albero con un tronco cui innesta i rami con foglie d’oro e d’argento che frusciano al vento di un ventilatore. La miniatura getta la sua ombra sulla parete portando nella stanza la presenza di un albero a grandezza reale. Una realtà fittizia, voluta secondo i dettami dell’artista-creatore; come nella tradizione delle icone miniate medioevali, l’immagine agisce sullo spirito e sull’intelletto facendo da finestra sull’eterno e sull’assoluto.

Il fascio di luce crea l’imponente presenza del divino e dell’ineffabile, l’opera è vista alla luce artificiale e proiettata allo stesso tempo nella luce divina, creando una dimensione di sospensione temporale.


L’immagine emblema della mostra è il cono rappresentato dal matematico Hermann Minkowski, una semplice rappresentazione geometrica che unisce spazio e tempo in un gioco che solo l’arte che far convivere.

I lavori presentati nella mostra sono nati distintamente dal percorso di ricerca del singolo artista ma visti nell’insieme formano una linea temporale che costituisce una storia, non solo dell’arte, una storia della conoscenza e dell’esperienza umana, costruita per immagini, anzi per oggetti, che uniscono il passato al futuro, una linea racchiusa da una fonte luminosa che illumina la ricerca.

Opere che fanno eco a fenomeni artistici storici, che recuperano ideologie spogliate dei valori della propria epoca per far rivivere un’estetica.

Qui e ora, ci troviamo nel punto E, dove un evento sta accadendo, conseguenza del passato e causa del futuro.

Testo di Gaia Rotango